27.1.15

La bambina rossa per i giorni della memoria

Mettiti in viaggio anche se l’ora non ti piace: Quando arriverai,  l’ora ti sarà comunque gradita.
Proverbio tuareg

Ma insomma io di dove sono ?  La sera lo chiedevo a mio padre . Sei la mia preferita rispondeva lui. Papà mi racconti una storia? Quelle sì che le sapeva raccontare bene. E con le storie mi faceva dimenticare che avevo dovuto lottare tutto il giorno con quel cognome che nessuno capiva.  
Come ti chiami? Maria Barbara Della Polla. Polla Polla. Non Porta, Bolla. 
Staccato doppia elle.  La D maiuscola. Non sono nobile. La mamma mi aveva istruito bene: Polla non è la figlia del pollo ma una polla d'acqua, quelle che si formano nel terreno.  Avevo un bel dire io. 
Ero sempre polla la figlia del pollo. Come la più piccola delle mie sorelle che mia madre si ostinò a chiamare Clio (non c'era ancora la macchina della FIAT!). Clio è un nome da maschio. Sei un maschio. No è una musa greca, quella della storia mi pare. 
Bisognava sempre giustificare qualcosa.       
Papà mi racconti una storia? Oh sì, lui era bravo a raccontare.
Ogni sera si ripeteva il rito, io sotto le coperte, il papà seduto accanto a me. Era lui e non la mamma a raccontare....  Cose per me sconosciute e dietro alle sue storie si moltiplicavano i personaggi.  Papà mi racconti una storia? Volevo sentire sempre le stesse... quella della melassa ad esempio... in Germania si pativa la fame... ci davano pochi bollini per comprare il pane. Io immaginavo i bollini come dei francobolli,  quelli che si attaccano sulle cartoline... un giorno una ragazza ci ha avvicinati... non ho mai capito come avesse fatto...  io immaginavo il papà dietro ad un filo spinato... come quelle immagini che avevo visto degli ebrei nei campi di concentramento... un campo di lavoro è come un campo di concentramento? Lui non rispondeva e continuava... quella ragazza ci ha avvicinato e ci ha lasciato in mano dei bollini... non li avevamo mai visti quei bollini... noi siamo corsi allo spaccio e ci hanno dato due vasi...  abbiamo cominciato a mangiare a mangiare... non riuscivamo a fermarci... in mezz'ora i due vasi erano vuoti e noi avevamo la pancia piena... ma la notte siamo stati malissimo... non si può non mangiare niente per giorni e poi abbuffarsi in quel modo... ma perchè non avete comprato altro?... con quei bollini solo quello ci hanno dato... e poi era già strano che avessimo dei bollini... i prigionieri non ne possedevano... prigionieri?  Era come stare in un carcere allora? Qualcosa di molto simile rispondeva lui e io non capivo.  Il papà mi faceva ridere... loro con la pancia grossa e piena di melassa... poteva essere simile al miele, quello che a me non piace e mi fa vomitare solo se sento l'odore...  Papà mi racconti una storia?  ancora una, dai quella delle patate. Le patate erano conservate sotto la terra... sotto la paglia...  per non farle congelare. Erano dei tedeschi, le patate.   Noi non potevamo riempirci le tasche con di patate altrimenti ci avrebbero beccato, un coltello per togliere la buccia non c'era, la pancia era vuota, l'unico sistema per riempirsi la pancia era mangiare e mangiare. Non lasciare nulla nel piatto con tutti i bambini che muoiono di fame  e ancora ancora ancora…
Forse tutto questo lo capii solo un pomeriggio...
Mai! mai, non farlo mai più, nemmeno per gioco!  
Sopra l'armadio della camera da letto, mio padre teneva un fucile avvolto dentro un morbido panno bianco. Avrei dato qualsiasi cosa per toccarlo. Un giorno riuscii a prenderlo arrampicandomi su una sedia e lo puntai dritto contro mia sorella per giocare.  
La faccia grande di mio padre apparve sulla porta. Era di ghiaccio. Mi prese l'arma.   
Mai, non farlo mai più, nemmeno per gioco. Aveva una strana espressione con il fucile in mano, ricordava la guerra.  Dal sud al nord era arrivato mio padre, per via della guerra, poi era finito in un campo di lavoro in Germania. Mi raccontava un sacco di storie strane. "Sai perchè ho i denti bianchi e forti? Perchè una volta quando tu non eri ancora nata ho mangiato un KG di kartoffel con tutta la buccia. Sempre quella delle patate. Kartoffel kartoffel kartoffel. Patate patate patate. "Meine liebe" diceva mio padre, ma altro non voleva ricordare.     
Le ho fatte mangiare tutte intere a mia sorella, le patate. 
"Buone" diceva lei. Buone dicevo io. 
Ti resteranno per sempre i denti bianchi!  

Sarà per tutte queste storie che in quinta elementare all'esame ho parlato solo di fucili e di campi di concentramento, io sapevo tutto. La maestra non capiva mentre io sulla lavagna scrivevo: il mio papà di mestiere fa il campo di lavoro e le patate si mangiano con tutta la buccia.

9.12.14

Fedra tremila anni dopo



Va citato anche “Stanotte vorrei parlare”, scritto nel 1999 e andato in scena con buona eco di stampa a Trieste nel maggio ’99 e nel giugno 2000 (2), di e con  Barbara Della Polla. La Della Polla  compone un lungo monologo-puzzle ove, dopo il I stasimo di “Ippolito”, si susseguono versi di Ritsos e Racine, Seneca e D’Annunzio; la messinscena, non più ripresa dopo il duemila, può risultare esemplare di quegli aggiornamenti tecnologici che in questi ultimi anni sono toccati in sorte a tutto il teatro antico. Il percorso di Fedra, identico da millenni, avviene nella versione della scrittrice triestina attraverso le immagini, multimediali naturalmente. Ippolito, concupito con passione, è lontanissimo, e il segno della impossibilità di raggiungerlo è dato dal monitor che lo racchiude e lo cela al mondo. Luci, suoni e immagini di vortici marini rappresentano invece il flusso del monologo interiore in cui virtuosisticamente si esibisce la bravissima attrice che reinventa il linguaggio di Fedra  componendo le parole dei testi di ogni epoca a formare tanti e suggestivi microlinguaggi scomposti, in fondo, non per Fedra ma per una sorta di fantasma di lei che può solo rivolgersi a uno dei quattro monitor che celano l’oggetto del suo desiderio.

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Fedra tremila anni dopo di Margherita Rubino - Università di Genova

Le Farfalle di Trieste

LE FARFALLE DI TRIESTE
Da un libro di Fabrizia Ramondino, l'attrice e regista Barbara Della Polla ha tratto uno spettacolo che riprende i temi della sofferenza psichiatrica. Un lavoro con quindici donne in scena, in cui allegria, dolore, esuberanza, fragilità sembrano miracolosamente in bilico, colte sul limite dove la vita e la sua rappresentazione si toccano. Di Passaggio che ha debuttato al Teatro Rossetti, prodotto dallo Stabile del Friuli - Venezia Giulia e dalla Piccola Società Cooperativa Cassiopea, sarà a Roma il prossimo aprile


di ROBERTO CANZIANI


Trieste - Quando era ancora bambina, Fabrizia Ramondino viveva a Maiorca. Erano gli anni Quaranta e il padre, console dell'Italia fascista, la portò un giorno a teatro. Dopo lo spettacolo, la ragazzina che tanto spesso aveva giocato con la voliera fatta costruire nel giardino della grande villa, gli rivelò un segreto. <<Papà, da grande voglio diventare come gli uccelli: una ballerina>>. <<No - corresse il padre - diventerai una bibliotecaria>>
(continua)
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IL CIRCO DELLE DONNE

IN PASSERELLA LE CLOWN DEL TORMENTO E DELLA TENEREZZA
Barbara Della Polla ha ideato Il Circo delle Donne, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del FVG, l'istituzione pubblica che opera a Trieste, e dalla Piccola Società Cooperativa Cassiopea. Nella città di Basaglia, quindici straordinarie artiste del disagio mettono in pista il diario delle proprie ferite. E sorridono


di ROBERTO CANZIANI


Trieste - Due anni fa la regista Barbara Della Polla aveva inventato uno spettacolo in cui il teatro scavalcava il teatro per tentare una bizzarra adesione alla vita. Le storie raccolte dalla scrittrice Fabrizia Ramondino durante la sua permanenza al Centro Donna di Trieste e pubblicate in un libro-inchiesta si trasformavano in un variété di canzoni e emozioni. Ospite nella città della riforma psichiatrica di Basaglia, Ramondino raccontava di donne ferite dalla malattia, fisica o mentale, donne che non aderivano al modello comune di donna, donne messe da parte sul lavoro o in famiglia. Alcune di loro avevano trovato la forza e l'ironia per salire in palcoscenico e trasformare in teatro il diario delle proprie ferite. Se possibile sorridendo. Di passaggio si intitolava lo spettacolo, che la guida registica di Della Polla aveva composto in un circo di racconti, talenti, divertimenti.(continua)
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