31.7.11
22.7.11
SAILINA un progetto etico/equo/creativo
Cerchiamo e raccogliamo spinnaker e gennaker che vengono gettati perché
non più riparabili o utilizzabili.
Per la raccolta telefonare al numero della cooperativa sociale Cassiopea
onlus di Trieste + 39 (0) 40764289 o scrivere a info@cassiopeateatro.it
Per approfondire il progetto scaricare la brochure
Borse e capi d’abbigliamento leggeri e facili da portare sempre con sé, realizzati con vele (spinnaker e gennaker) in disuso delle barche da regata. Tutti i modelli, le cuciture, le bordure e le decorazioni sono di produzione rigorosamente artigianale. Ogni pezzo è unico per combinazioni di colori e applicazioni. Tutti i modelli possono essere comodamente ripiegati e riposti in unsacchetto dello stesso materiale.
Tagliate e cucite una ad una sono il risultato di un progetto equo, etico e creativo realizzato dalla cooperativa sociale Cassiopea di Trieste. La collezione dei prodotti Sailina è l’espressione concreta del nostro lavoro: prodotti realizzati con le vele da competizione usate e destinate alla distruzione, materiale di scarto che diventa materia prima per ideare accessori d’abbigliamento belli e comodi, e realizzati dalle mani di donne Rom a Niksic in Montenegro che si impegnano per dare dignità e futuro alle loro vite, prodotti che contengano un valore aggiunto non solo misurabile in termini economici ma anche sociali, ambientali e culturali.
SAILINA - an ethical/ equal/ creative project
We are looking for spinnakers and gennakers no more usable and reparable.
Please call Cooperativa sociale Cassiopea onlus phone number + 39 (0) 40764289 or send an e-mail to info@cassiopeateatro.it.
For more details download the PDF doc from the online address
Bags and clothing, light and easy to carry always with you, made from old
spinnakers and gennaker of regatta boats: All models, seams, borders and
decoration are handmade.
Every item is unique for colour combination and applique work.
All models can be easily folded and put in a small bag made of the same fabric. Cut and sewn one by one, these bags are part of a an ethical, equal and creative project promoted by Cassiopea , a non-profit association chaired by Trieste. Sailina collection is the real expression of our work: items produced using second-hand sails, waste products that become new materials for creating
“beautiful and comfortable” accessories, hand-made products, made by Roma-women of Niksic (Montenegro Republic) who work to give dignità and future to their lives. “Sailina collection” are products with added-value not only on economic terms, but also on social, environmental and cultural ones.
1.5.11
La bambina rossa
Io il rosso non l'ho mai potuto soffrire. Cartella rossa, quaderni con la copertina rossa, che era poi la carta riciclata dei regali dell'ultimo Natale. Cappotto rosso, riciclato, e si vedeva, di qualche cugina più grande. E poi io, che diventavo rossa per un nonnulla. Rossa se qualcuno mi rivolgeva la parola, rossa se un ragazzo mi guardava. Avevo adottato lo stratagemma di un perenne raffreddore in modo da nascondere la mia faccia rossa, affondandola in un enorme fazzoletto bianco. Una volta arrivò la maestra in classe con tutti i quaderni blu, naturalmente l'unico rosso era il mio, e appoggiandoli sulla cattedra disse "C'è solo un dieci ed è di una bambina". Il mio cuore cominciò a battere, quasi fosse impazzito ma non perché avevo capito che il quaderno era il mio e non perché fossi contenta. No! Io semplicemente non volevo essere diversa, volevo essere come gli altri, volevo anch'io un 6-- e dietro la lavagna ci andai da sola per non far vedere la mia faccia rossa. Avevo sbagliato anche quella volta, tutti guardavano me e non avevo neppure il mio fazzoletto bianco per nascondermi. Non mi capitò più. Non potevo sbagliarmi così, essere diversa non faceva per me. Mi sentivo ridicola, sempre diversa e nel luogo sbagliato. Cercavo di essere come gli altri ma avevo i quaderni con la copertina rossa; dicevo di essere di Trieste e intanto a casa si mangiavano i lambagioni; mi arrampicavo sulle Dolomiti ma non riuscivo a pronunciare nessuna parola del dialetto Cadorino; cercavo di far capire che mio padre non era né un carabiniere né un poliziotto, e con orgoglio sbandieravo la mia provenienza cittadina ma non sapevo nulla dell'Istria o dell'irredentismo. Allora cercavo di viaggiare con i marocchini-turchi che sicuramente mi avrebbero compresa, e immaginavo campi di lavoro in Germania come il mestiere di mio padre. Viaggiavo senza mai ritrovarmi in nessun luogo, io bionda del sud perché c'erano stati i normanni. Certo non avevo bisogno di documenti, ma mi sentivo ugualmente diversa un pò di qua e un pò di là... Nessuna vera appartenenza, nessun legame... Vagabonda per nascita... senza terra né casa. Poi, ho imparato ad essere migrante trovando radici un po' ovunque pur non avendone in un luogo preciso.
E finalmente... terra! Non è forse vero che terra - pianeta - in greco vuol dire anche vagabondo?
11.4.11
Myein - Teatri del Sacro
In anteprima la premessa e una scena poetica del nuovo studio teatrale presentato l'8 aprile 2011 alla commissione del premio di produzione Teatri del Sacro
L'idea di lavorare attorno alla figura di Ildegarda di Bingen è nata qualche anno fa, a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Poi, come succede a molti progetti teatrali, è rimasto nel cassetto cullato dall'idea che, prima o poi, sarebbe riemersa la necessità. La prima stesura guardava ai grandi mezzi che la tecnologia mette a disposizione, per reinterpretare le visioni di Ildegarda, sfruttando tutte le conoscenze e le tecniche video d'avanguardia.
Oggi sentiamo la necessità di allontanarci dal frastuono e dalla confusione di questo nuovo millennio e la forma delle visioni di Ildegarda si è disvelata come una necessità silenziosa. Prende corpo una nuova strada d'interpretazione, di regia e l'urgenza di elaborare, ideare uno spettacolo "artigianale" e "piccolo" tenendo conto dei tempi lenti della creazione, della ricerca, che conduca, quasi prendendoci per mano, verso lo "stupore del mistero".
Il nostro lavoro artistico parte sempre da un'immagine che è poi una visione:
una figura di donna ieratica molto alta, sovrasta la scena vestita con abito bianco.
L'abito riempie tutto lo spazio a formare un limbo.
La donna tiene le mani all'altezza del volto e gioca con un filo. Un gioco infantile, antico. Come il gioco dell'elastico: misteri delle dita che si muovono abili a formare figure. Il filo riempie lo spazio, si annoda e passa attraverso il vestito, ricompare sulla stoffa, traccia dei segni, formando una scrittura che non conosciamo, indecifrabile. Scrive la forma della visione racconto.
Il nostro lavoro artistico parte sempre da una frase ispirazione della visione:
Non importa se non capisci segui il ritmo.
Questa è la frase che segue l'immagine/visione.
Così doveva pensare Ildegarda quando parlava delle sue visioni.
Un ritmo, un respiro, un silenzio.
Come i fili che si annodano, la scrittura traccia dei segni, il pensiero che ne segue annoda i fili. Non ci sono spiegazioni. Bisogna solo seguire il ritmo.
Così parla oggi Maria Lai.
In questi anni il lavoro teatrale di Cassiopea si è intrecciato con il lavoro artistico della grande artista Maria Lai. Davanti alle sue cosmogonie e ai libri cuciti ritroviamo le visioni di Ildegarda.
Abili mani di donna. Abili mani di donne.
Ambedue, Ildegarda e la Lai, tracciano segni verso l'infinito con la semplicità di chi si lascia trasportare dal ritmo del respiro, da movenze lente, precisi codici, creando la forma del racconto.
Forse senza conoscerne il significato. Non importa se non capisci segui il ritmo.
Crediamo questo sia il segno del mistero: non trova differenze tra arte e sacro, tra grandezza e semplicità.
alcune stanze poetiche
l'arte apre all'infinito verso il trasendente
verso ciò che non sappiamo
la poesia chiama il sacro
la parola ha dentro una vertigine
la parola è anche il silenzio che la precede e la segue
soprattutto la parola poetica
L'idea di lavorare attorno alla figura di Ildegarda di Bingen è nata qualche anno fa, a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Poi, come succede a molti progetti teatrali, è rimasto nel cassetto cullato dall'idea che, prima o poi, sarebbe riemersa la necessità. La prima stesura guardava ai grandi mezzi che la tecnologia mette a disposizione, per reinterpretare le visioni di Ildegarda, sfruttando tutte le conoscenze e le tecniche video d'avanguardia.
Oggi sentiamo la necessità di allontanarci dal frastuono e dalla confusione di questo nuovo millennio e la forma delle visioni di Ildegarda si è disvelata come una necessità silenziosa. Prende corpo una nuova strada d'interpretazione, di regia e l'urgenza di elaborare, ideare uno spettacolo "artigianale" e "piccolo" tenendo conto dei tempi lenti della creazione, della ricerca, che conduca, quasi prendendoci per mano, verso lo "stupore del mistero".
Il nostro lavoro artistico parte sempre da un'immagine che è poi una visione:
una figura di donna ieratica molto alta, sovrasta la scena vestita con abito bianco.
L'abito riempie tutto lo spazio a formare un limbo.
La donna tiene le mani all'altezza del volto e gioca con un filo. Un gioco infantile, antico. Come il gioco dell'elastico: misteri delle dita che si muovono abili a formare figure. Il filo riempie lo spazio, si annoda e passa attraverso il vestito, ricompare sulla stoffa, traccia dei segni, formando una scrittura che non conosciamo, indecifrabile. Scrive la forma della visione racconto.
Il nostro lavoro artistico parte sempre da una frase ispirazione della visione:
Non importa se non capisci segui il ritmo.
Questa è la frase che segue l'immagine/visione.
Così doveva pensare Ildegarda quando parlava delle sue visioni.
Un ritmo, un respiro, un silenzio.
Come i fili che si annodano, la scrittura traccia dei segni, il pensiero che ne segue annoda i fili. Non ci sono spiegazioni. Bisogna solo seguire il ritmo.
Così parla oggi Maria Lai.
In questi anni il lavoro teatrale di Cassiopea si è intrecciato con il lavoro artistico della grande artista Maria Lai. Davanti alle sue cosmogonie e ai libri cuciti ritroviamo le visioni di Ildegarda.
Abili mani di donna. Abili mani di donne.
Ambedue, Ildegarda e la Lai, tracciano segni verso l'infinito con la semplicità di chi si lascia trasportare dal ritmo del respiro, da movenze lente, precisi codici, creando la forma del racconto.
Forse senza conoscerne il significato. Non importa se non capisci segui il ritmo.
Crediamo questo sia il segno del mistero: non trova differenze tra arte e sacro, tra grandezza e semplicità.
alcune stanze poetiche
l'arte apre all'infinito verso il trasendente
verso ciò che non sappiamo
la poesia chiama il sacro
la parola ha dentro una vertigine
la parola è anche il silenzio che la precede e la segue
soprattutto la parola poetica
1.4.11
SAILINA an ethical/equal/creative project women creative works

women creative works SAILINA
Bags and clothing, light and easy to carry always with you
To reuse old sail on which Time left its marks
Those marks bear the value of what is particular and unique
The lightness of the wind, sun, salt, sea, rain
Crumpled and torn sail sewn and re-sewn
Unique pieces marked with chalk and ink
artwork Cassiopea Ⓒ2010
for buying info@cassiopeateatro.it
click here
project
To reuse old sail on which Time left its marks
Those marks bear the value of what is particular and unique
The lightness of the wind, sun, salt, sea, rain
Crumpled and torn sail sewn and re-sewn
Unique pieces marked with chalk and ink
artwork Cassiopea Ⓒ2010
for buying info@cassiopeateatro.it
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project
foto Massimo Gardone
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22.3.11
Tracciati di viaggi Si giudicherà di te seguendo il colore delle tue tracce
ascoltaParole da viaggio 2010
serata di lettura condivisa
a cura di Barbara Della Polla
da un'idea di Sabina de Tommasi
La serata di lettura condivisa di quest'anno al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma si terrà il prossimo 21 aprile 2011.
Titolo Storie Minime.
a cura di Massimo Talone
da un'idea di Sabina de Tommasi
serata di lettura condivisa
a cura di Barbara Della Polla
da un'idea di Sabina de Tommasi
La serata di lettura condivisa di quest'anno al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma si terrà il prossimo 21 aprile 2011.
Titolo Storie Minime.
a cura di Massimo Talone
da un'idea di Sabina de Tommasi
foto Massimo Gardone
19.3.11
Quando la pentola a pressione si chiamava l'atomica

Nostra madre aveva un sacro terrore dell'a-tomica. Primo diceva che i cibi non si cuocevano bene, nell'a-tomica, lei abituata ad usare Il Cucchiaio d'Argento. Secondo, era pericolosa perché poteva farci del male, sporcare la casa, rovinare la giornata. Sarà stato per quel sibilo forte che produceva la valvola e per il vapore che violentemente si sprigionava salendo veloce verso il soffitto. Si narravano fatti incredibili successi a chi usava l'a-tomica. Esplosioni, ustioni e, cosa più grave, a letto senza cena.
E così siamo sempre stati tutti contro l'atomica!
(continua)
E così siamo sempre stati tutti contro l'atomica!
(continua)
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